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Il mio primo incontro con il Focusing

Non ho incontrato il Focusing all’inizio del mio percorso, ma in un momento in cui avevo già attraversato molte esperienze – dalla meditazione alla bioenergetica, dalla mindfulness alla relazione d’aiuto. Pensavo di conoscere già abbastanza strumenti per lavorare su di me e con gli altri. Poi è arrivato il Focusing, in punta di piedi, e qualcosa è cambiato.

L’ho scoperto quasi per caso, leggendo il termine in un articolo dedicato all’ascolto corporeo. Non era spiegato nei dettagli, ma quel nome – Focusing – mi rimase impresso. Sembrava promettere una direzione, un modo per “mettere a fuoco” ciò che spesso resta confuso o inascoltato. E così, spinta dalla curiosità, mi sono iscritta a un incontro introduttivo, senza sapere bene cosa aspettarmi.

Il primo approccio mi lasciò interdetta. Non c’erano tecniche complesse, nessuna analisi, nessun obiettivo da raggiungere. Solo un invito semplice e diretto: fermarsi, ascoltare, accogliere ciò che si presenta nel corpo in quel momento. Eppure, proprio in quella semplicità, ho percepito una profondità inaspettata.

La mia prima vera sessione individuale è stata illuminante. Avevo portato un tema “piccolo”, una tensione legata a una conversazione di lavoro che mi aveva turbata. Nulla di eclatante, e forse proprio per questo avevo sempre evitato di dargli spazio. Ma quel giorno, con la guida della facilitatrice, ho sentito emergere qualcosa di più profondo. Un nodo alla gola, un’immagine, parole interiori che prendevano forma. Era come se una parte silenziosa di me avesse finalmente trovato il coraggio di parlare.

E non si trattava di “capire” con la mente, ma di sentire con il corpo. Di ascoltare quella sensazione precisa – quella che Gendlin chiama Felt Sense – che racchiude tutto il nostro vissuto in un’unica percezione sottile, ma chiarissima. Da lì ho cominciato a dare fiducia a questo processo. Con delicatezza, senza forzature. E ogni volta che praticavo, sentivo che qualcosa dentro si riorganizzava, si alleggeriva, trovava un nuovo equilibrio.

Per chi è terapeuta o lavora nella relazione d’aiuto, il Focusing è un dono. Non solo per i propri clienti, ma prima di tutto per sé. È uno strumento che ci ricorda che ogni cambiamento autentico nasce da un ascolto profondo e non giudicante. Che c’è saggezza nelle emozioni corporee, anche in quelle scomode. E che spesso non serve “fare” molto, ma solo creare uno spazio sicuro in cui ciò che è pronto a emergere possa farlo.

A chi si avvicina ora al Focusing direi: non preoccuparti se all’inizio sembra vago o difficile da spiegare. È una pratica che si comprende facendola, nel silenzio e nella presenza. Fidati del tuo corpo: ha già tutte le risposte, se solo gli dai tempo e attenzione.

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Paola Schiesaro

Counselor Relazionale
a mediazione corporea

Professionista nelle relazioni di aiuto

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